diritto all'oblio 2

Nella società della comunicazione l’interesse ad una corretta gestione delle informazioni che ci riguardano è avvertita con sempre maggior intensità. Il passaggio graduale -ma irreversibile- del flusso informativo dalla carta stampata al grande contenitore digitale ha amplificato

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i (giustificati) timori di subire un trattamento acritico finanche non autorizzato dei propri dati personali, trattamento che molto spesso è svincolato da criteri di attualità e correttezza.

Di diritto “all’oblio” si parla in maniera sempre più ricorrente negli ultimi anni e la nota sentenza Cass. Civ. Sez. III n.3679/1998, l’ha definito quale “giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata”.

Tale diritto trova il proprio fondamento normativo nel “Codice della Privacy” (D.Lgs. 196/2003) che, come ricordato dalla altrettanto rilevante pronuncia Cass. Civ. Sez. III n. 5525/2012 “ha introdotto un sistema informato al prioritario rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e della dignità della persona, e in particolare della riservatezza e del diritto alla protezione dei dati personali nonchè dell’identità personale o morale del soggetto (D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 2). In tale quadro, imprescindibile rilievo assume il bilanciamento tra contrapposti diritti e libertà fondamentali, dovendo al riguardo tenersi conto del rango di diritto fondamentale assunto dal diritto alla protezione dei dati personali, tutelato agli artt. 21 e 2 Cost., nonchè all’art. 8 Carta dei diritti fondamentali dell’U.E., quale diritto a mantenere il controllo sulle proprie informazioni […] Il D.Lgs. n. 196 del 2003, ha pertanto sancito il passaggio da una concezione statica a una concezione dinamica della tutela della riservatezza, tesa al controllo dell’utilizzo e del destino dei dati. L’interessato è divenuto compartecipe nell’utilizzazione dei propri dati personali.[...]”.

A livello europeo, in attesa che il “diritto all’oblio” venga puntualmente codificato e disciplinato (v. art. 17 della proposta di Regolamento generale sulla protezione dei dati del 25/01/2012), ci pensa la Corte di Giustizia a fissare un nuovo tassello nella cristallizzazione dei diritti legati alla protezione dei dati personali.

I nuovi confini del diritto “all’oblio” sono stati tracciati dalla recente sentenza del 13 maggio 2014, n. 131, grande sezione (C-131/12) che ha coinvolto Google (Google Inc.) e la sua filiale spagnola (Google Spain SL) a seguito di una domanda di pronuncia pregiudiziale rivolta alla Corte di Giustizia dall’Audiencia Nacional (Spagna).

Il caso di partenza, non dissimile rispetto a molti altri che a centinaia approdano -in prima battuta- presso le cancellerie dei Garanti nazionali per la tutela dei dati personali, riguardava la richiesta di un cittadino spagnolo di non essere menzionato in relazione ad un procedimento giudiziario risalente a molti anni prima ma ancora visibile sia consultando le pagine di un quotidiano, sia effettuando una ricerca nominativa sul noto motore di ricerca.

Il Garante per la privacy spagnolo aveva parzialmente accolto le istanze del ricorrente da un lato prescrivendo al motore di ricerca di rendere irraggiungibile il nome del cittadino ma, dall’altro, negando la possibilità di ottenere dall’editore la rimozione del testo che lo menzionava.

Google aveva quindi successivamente adito l’Audiencia Nacional.

La Corte di Giustizia, prendendo in considerazione il caso, ha statuito che:

1)l’attività del motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle, nel memorizzarle e nel metterle a disposizione degli utenti secondo un ordine di preferenza, dev’essere qualificata come “trattamento dati” ed il gestore del motore di ricerca dev’essere considerato il “responsabile” del predetto trattamento dati;

2)quanto all’assoggettamento alla normativa europea, vi è trattamento di dati anche qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della succursale si rivolge agli abitanti di detto Stato membro;

3)il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere dall’elenco dei risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a queste persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita;

4)si deve verificare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un siffatto diritto presupponga che l’inclusione dell’informazione in tale elenco arrechi un pregiudizio all’interessato.

Si pone quindi un tema di bilanciamento degli interessi, verificando in concreto se di tratti di informazione cui la società, anche in relazione al profilo pubblico della persona citata, deve poter avere accesso, o se, piuttosto, la tipologia dei dati oggetto della notizia consigli la soppressione del link dall’elenco dei risultati, con una prevalenza quindi dei diritti fondamentali individuali al rispetto della vita privata ed alla protezione dei dati di carattere personale dell’interessato. Nel caso di specie questi ultimi sono stati considerati prevalenti sia sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, sia sull’interesse degli utenti dello stesso ad accedere all’informazione.

La sentenza della Corte di Giustizia ha, di fatto, riconosciuto al cittadino europeo la possibilità di chiedere direttamente al motore di ricerca la rettifica o la deindicizzazione delle informazioni che lo riguardano.

Certo, a questo punto, come afferma il Presidente del Garante per la protezione dei dati personali Soro in una recente intervista, in merito all’applicazione del diritto “all’oblio” va trovato il giusto equilibrio e Google non deve essere lasciata sola, sarà in tal senso necessario dare rilievo e preminenza al ruolo delle Autorità di garanzia.

Bisognerà definire rapidamente regole chiare e precise anche perchè i ricorsi volti al riconoscimento del diritto “all’oblio” sono in costante aumento.